Coordinato da Donatella Stasio si apre il primo incontro di Milano si-cura, viaggio itinerante nei luoghi significativi di Milano: dal carcere, generalmente percepito come luogo dove si finisce, si inizia e si ricomincia.
Dopo un video introduttivo nel quale don Colmegna condivide con i presenti le riflessioni che hanno fatto nascere l'esigenza di questa manifestazione, don Massimo Mapelli ricorda tre esperienze di reinserimento e recupero vissute in Casa della carità.
Alessandra de Bernardis pone invece alcune domande: cosa significa per il carcere essere risposta di sicurezza e come è possibile sostenere il reinserimento nella società dopo il periodo di detenzione?
Dopo il benvenuto e i ringraziamenti di Lucia Castellano, direttrice del carcere di Bollate, Luigi Pagano, provveditore regionale Amministrazione Penitenziaria Lombardia, ricorda che l'art. 27 della Costituzione italiana prescrive che il carcere debba produrre reinserimento sociale aprendosi all'esterno: il carcere isolato produrrebbe soltanto criminalità.
Giovanna Di Rosa, magistrato di sorveglianza del Tribunale di Milano, sottolinea l'importanza delle misure alternative, pur senza tralasciarne le difficoltà logistiche, e illustra alcuni esempi di servizi di pubblica utilità (raccolta delle foglie, nevicata straordinaria...) ed esperienze professionalizzanti (catering, sartoria...) sperimentati.
Mario Canichi, uno dei detenuti della scuola superiore di Bollate, esprime le aspettative proprie e dell'intera classe del terzo anno di Ragioneria: l'incoraggiamento della comunicazione tra carcere e mondo esterno, ad esempio tramite una stazione radio gestita dai detenuti, il lavoro di prevenzione soprattutto nelle scuole, il supporto delle famiglie coinvolte dalla detenzione, il potenziamento di attività formative in vista del termine della pena.
Don Gino Rigoldi, presidente Agesol, parla dell’incontro tra offerta di lavoro e domanda di lavoro dei detenuti.
Sottolinea come i giovani detenuti abbiano in generale un’immagine molto modesta del loro futuro perché non hanno competenze professionali qualificanti. E’ necessario dare loro valore offrendo percorsi di valore, affiancando l’inserimento nel mondo del lavoro con una formazione adeguata.
Ricorda infine che la Regione sta mettendo a punto percorsi di formazione per il carcere minorile Beccaria, che offrano ai detenuti una formazione professionale spendibile.
Adolfo Ceretti, docente di criminologia, sottolinea come la società multiculturale sia vista con angoscia e susciti in molti mixofobia.
Si sofferma ad analizzare le radici dell’odio, che identifica come una disposizione che mira a colpire al cuore dell’odiato. L’odio presuppone l’odio e identifica l’altro con la volontà di male.
In particolare evidenzia che l’odio rivolto a persone che appartengono a un gruppo diverso dal proprio – questo accade soprattutto per i Rom – deriva dal fatto che queste persone rappresentano la personificazione dell’universale: l’odio non ha oggetto, è come lo sguardo di medusa che paralizza.
Conclude ricordando l’importanza che mediatori lavorino sul senso di cancellazione dell’altro, e che le autorità cittadine e statali sostengano le strutture che permettono di accogliere l’altro.
Il comandante di Bollate Alessandra Uscidda propone una riflessione che gli operatori sperimentano quotidianamente.
Ricorda che la pena detentiva spesso comporta un surplus di sofferenza che nella sentenza non è prevista: è compito degli operatori penitenziari sfrondare quella sofferenza. In questo modo il carcere diventa luogo di riconciliazione.
Ringrazia infine il personale di polizia penitenziaria di Bollate, che garantisce ogni giorno lo sfrondamento di quella sofferenza.
Al termine degli interventi viene lasciato spazio alle domande del pubblico: si parla soprattutto della giustizia, che non dovrebbe essere basata soltanto sulla punizione e la repressione, e su come una società fondata sulla paura ostacoli la costruzione di percorsi di riabilitazione, recupero e reinserimento utili non solo ai detenuti ma alla stessa cittadinanza.
Viene poi enfatizzata come la possibilità di seguire un cammino di istruzione e formazione all'interno del carcere restituisca agli ospiti non solo una possibilità di professionalizzazione ma anche un recupero della stima di sè: il valore della promozione, simbolicamente rappresentata da un diploma, assume un'importanza assoluta.
Da ultimo, si è sottolineato come la detenzione rappresenti un costo oneroso per la società, di gran lunga superiore a quello dei processi di reinserimento, accompagnato poi dalla situazione di disagio nella quale verte la famiglia di una persona carcerata.
Interviene Giovanna Di Rosa sottolineando come la magistratura di sorveglianza sia trasparente per l’opinione pubblica e per la stampa, e come diventi visibile solo nel caso in cui un singolo sbagli. Ricorda come sia importante capire le ragioni di un fallimento singolo e non generalizzarlo.
Lucia Castellano conclude riassumendo i due cardini dell’incontro: da un lato che bisogna andare verso una Milano che si riconosca, che guardi all’altra persona come unica e irripetibile, che costituisca una risorsa; dall’altro che possiamo contribuire alla costruzione del clima sociale in cui il buon giorno sia davvero un “buon giorno”: in questo Casa della carità è un esempio.