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6/11/2009 | in
Immigrazione e Accoglienza
Milano vive una profonda contraddizione nel confronto con la componente immigrata della sua popolazione: nei fatti è la città più multietnica d’Italia, in termini di numero di residenti, partecipazione occupazionale, percentuale di alunni di origine immigrata nelle scuole. Nelle sue rappresentazioni culturali, tende a rifiutare tutto questo. Non vuole essere una città multietnica.
A fronte di un impiego diffuso e capillare di persone immigrate, regolari o meno, nelle famiglie e in tante imprese dell’economia urbana, la città respinge l’idea di far posto all’immigrazione. Manifesta ansia e chiusure nelle situazioni problematiche, che richiederebbero capacità di mediazione e innovazione: i cinesi di via Paolo Sarpi, i mussulmani che chiedono un luogo di culto, i latinoamericani nei parchi urbani, i ghetti etnici che si vanno formando, i phone center e i negozi di kebab.
Gli immigrati sembrano essere accettati per via individuale, con un nome e una posizione precisa nella società milanese, utile, modesta, possibilmente invisibile. Fanno paura quando diventano collettività visibili, si insediano nel territorio urbano, cercano spazi e occasioni di socialità.
Maurizio Ambrosini, docente Sociologia delle migrazioni, università Statale di Milano.
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