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La redazione La Casa della carità, con i suoi ospiti, operatori e volontari, dialoga con la città sui temi che riguardano Milano e le persone di cui ci occupiamo.


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Diretta - Creare e distribuire ricchezza

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21/11/2009 | in La diretta degli incontri

Don Virginio Colmegna apre la giornata conclusiva degli incontri di Milano si-cura ringraziando i presenti e dando il benvenuto a tutti in Casa della carità.

Viene poi proiettato un video, realizzato nella notte, riassuntivo delle diverse tappe percorse insieme nei due precedenti giorni di incontri.

Gianfranco Fabi, direttore di Radio 24, conduce questa mattinata di dialogo dedicata al tema “Creare e distribuire ricchezza” e lo presenta come lavoro di confronto, di botta e risposta che possa portare alla risoluzione di alcune domande.

Don Massimo Mapelli ricorda un'immagine: mesi fa, atterrato in Romania, all'aereoporto di Bucarest ha trovato davanti a sé due cartelloni “Benvenuto da Unicredit” e “Benvenuto da Intesa Sanpaolo”; questo ha stimolato in lui una riflessione sul fatto che forse il mondo delle banche e quello dell'aiuto sociale non sono così distanti. Il tema dell'accesso al credito in questo senso è centrale.

Alessandra De Bernardis sollecita la platea con una domanda: come costruire una collaborazione tra profit e non profit, mondo economico e mondo della solidarietà, in vista di un aiuto alle persone fragili?

Alessandro Profumo, amministratore delegato di UniCredit Group, riflette su come si parli sempre e solo di crescita mentre bisognerebbe iniziare a parlare anche di sviluppo.

Come far convivere questi due elementi?
Qual è il modello economico che cerca di massimizzare la crescita e quale quello politico ed economico che consente di avere sviluppo? Parrebbe essere ancora quello capitalistico ma, per passare da crescita a sviluppo, ad esso dovrebbero accompagnarsi meccanismi in grado di realizzare redistribuzione e giustizia. L'elemento di grande novità è la nascita di soggetti intermedi, come ad esempio le fondazioni bancarie, che funzionino nella redistribuzione delle risorse.
Come si possono poi rendere sostenibili le imprese? Tramite l'impegno della responsabilità di impresa, che arricchisce non solo la società ma anche la stessa impresa.

Interviene poi Michele Salvati, docente di Economia politica dell'Università degli Studi di Milano, che definisce il mondo come costituito sostanzialmente da tre parti: economia, politica e società civile, storicamente declinate in capitalismo, democrazia rappresentativa e società borghese. Oggi ci si trova in un momento di transizione, in una delle crisi cicliche che però rappresentano una possibile grande svolta in chiave di ri-regolazione benefica del capitalismo. Ciò che è fondamentale che la società civile faccia, è rispondere alle proprie responsabilità: fare da sé per quanto possibile e scegliere oligarchi buoni che la rappresentino.


Interviene Giuseppe Berta, docente di Storia contemporanea, Dipartimento di Analisi Istituzionale e Management Pubblico, Università Commerciale Luigi Bocconi, autore del libro “Eclisse della socialdemocrazia”.
L’esperienza socialdemocratica, come forma di civiltà del dopoguerra, va letta come un modello di civiltà capace di reggere nel tempo nonostante i cambiamenti politici. Schumpeter prevedeva che l’evoluzione del capitalismo verso la socialdemocrazia sarebbe stato un tratto durevole delle nostre società. Questa impronta socialista che connotava la società europea, si è persa.
La socialdemocrazia, per sopravvivere come forza politica, ha scommesso nella globalizzazione. Così facendo ha perso l’imprinting iniziale, ha perso la propria identità.
Nelle posizioni dei socialisti europei non c’è un’idea di futuro. Come ricostruirla? Non si può ridurre il gioco alla dicotomia stato-mercato. Bisogna introdurre nuovi soggetti: le forze terze della società a cui già guardava Keynes nel 1926, in cui gli elementi intermedi contino di più e assumano una valenza di regolazione.
Bisogna proiettare l’esperienza storica della socialdemocrazia e proiettarla in un contesto non europeo: è a questo dibattito che dobbiamo fare riferimento.
Non si può parlare di socialdemocrazia come un’etichetta: bisogna considerarne l’esperienza storica, il modello di civiltà e proiettare nel futuro quello che ancora resta del suo nucleo.
 
Vladimiro Giacchè, economista, responsabile Affari Generali Sator, segnala come ormai si sia detto di tutto sulle cause della crisi.
Questa spasmodica ricerca del colpevole non ha portato esiti, e muove dalla premessa errata che la crisi sia estranea al normale funzionamento dell’economia capitalistica.
Proviamo a rovesciare l’ottica. Marx ipotizzava che la crisi non fosse un incidente del sistema capitalistico, ma il modo attraverso cui il capitalismo risolve i suoi problemi: sovrapproduzione del capitale e sovrapproduzioni di merci. Ci sono troppi capitali rispetto alla capacità di valorizzarli adeguatamente. C’è un’eccessiva produzione di merci rispetto alla domanda pagante (non ai bisogni): merci invendute, eccesso di capacità produttiva.
La crisi economica è una soluzione: distruzione di capitali, distruzione di macchinari, distruzione di produzione di lavoro (disoccupazione). Arrivata a un certo punto di questa distruzione, l’economia può ripartire. E’ una soluzione brutale. Vi è una soluzione ancora più brutale: la guerra. L'esempio della seconda guerra mondiale è evidente: un'incredibile crescita economica dopo una notevole e tragica perdita di vite umane.
Da cosa dipende la gravità della crisi? Da quanto a lungo si è riusciti a impedire che la crisi scoppiasse. Nel nostro caso si tratta di qualche decennio. Il rallentamento della crescita è partito già dagli anni ‘70. Dagli anni ‘80 parte la fase di finanziarizzazione. Si è riusciti ad andare avanti con il credito al consumo e la finanziarizzazione delle imprese manifatturiere.
Nel 2007 si è rotto il meccanismo basato su tre elementi: credito al consumo, credito alla produzione, fuga della speculazione.
Vi è inoltre il tema ambientale da considerare: la grande crescita del dopoguerra è stata fatta con il prezzo basso del petrolio. Adesso il petrolio sta esaurendosi. In prospettiva, il tema della crescita è fortemente in discussione, ma è sensato pensare a un livello superiore di produzione sociale?
Conclude segnalando che un tema che nei prossimi anni dovrà riproporsi in maniera molto forte è quello della pianificazione dell’economia.
 
Alberto Meomartini, presidente di Assolombarda, riflette sul fatto che la crisi economica attuale può sì essere una delle crisi fisiologiche del capitalismo ma non va sottovalutato il fatto che le imprese hanno il problema di trovare una soluzione di identità, di comprendere che il loro sviluppo non dipende solamente da sé. La struttura di produzione è costituita da imprese che lavorano con pochi soldi, il problema è quindi anche la patrimonializzazione delle imprese.
E' giunto il momento di rendersi conto che le istituzioni non sono sostitutive delle responsabilità, che non si può delegare tutto ma è necessario fare tessuto e cercare, più che un'identità individuale, un'identità di territorio.
 
Gad Lerner, giornalista, sviluppa un'osservazione a proposito del fatto che c'è una divergenza tra i dialoghi di riconciliazione sviluppati in questi tre giorni di incontri e i messaggi in arrivo dalla cronaca locale recente.
La crisi economica si riflette sull'esistenza delle persone, l'ha modificata.
Le banche al momento si stanno risollevando ma la società anch'essa sta tirando un sospiro di sollievo?
Tutte le previsioni confermano che l'emorragia di posti di lavoro continuerà ancora almeno per un anno o due.
La disoccupazione oggi viene vissuta come un fatto privato, come un motivo di vergogna personale.
Il problema non è solo la redistribuzione di ricchezza ma quella di lavoro.
 
Salvatore Bragantini, editorialista del Corriere della Sera, concorda con Giacchè su come il debito abbia sostituito, specialmente negli USA, il reddito che è venuto a mancare.
I tassi di interesse non sono mai stati tanto bassi negli ultimi cento anni ma il timore è che questo non faccia altro che rinviare il problema, peggiorando la prossima crisi.
Due problemi sono centrali: la sempre crescente disuguaglianza che si è verificata a causa della globalizzazione nelle società ricche e la troppa poca concorrenza presente, soprattutto nel sistema finanziario.
Nelle vere democrazie liberali il capitalismo si ricostruirà in maniera virtuosa e compatibile con la convivenza civile grazie alle forze intermedie.
Essere pro mercato non significa poi essere pro business: in genere il business non ama il mercato.
Il nostro sistema economico, come il resto del pianeta, dipende molto dal sistema finanziario degli Stati Uniti; questo aspetto può essere pericoloso per gli effetti sull'economia e la democrazia.
Atomizzazione del potere economico e distinzione tra concentrazione del potere economico e di quello politico sono condizioni fondamentali per la ripresa.

Antonio Bernardi, presidente Fondazione Vodafone Italia, spiega come la fondazione sia nata dalla volontà di restituire alla società una parte dei ricavi che realizza, incentrandosi sul disagio sociale e sui minori. Sostiene poi in Sicilia la lotta per la legalità e le iniziative che vogliono rendere produttive le risorse sottratte alla mafia.

Non bisogna limitarsi però soltanto ad un'azione di carità, ma focalizzarsi anche sull'inserimento nel processo produttivo di forze altrimenti emarginate, che possano così crescere nelle proprie responsabilità e diventare autonome.
Il compito principale di un'impresa è far bene il proprio mestiere, trasformare in profitto l'investimento dei propri azionisti, rendere i propri servizi soddisfacenti per i clienti e rispettare i dipendenti e le regole della società; facendo ciò la responsabilità sociale non è un'azione di riparo ma un investimento nella società credibile.
Il richiamo continuo dei privati ad investire nel sociale è poi giusto ma non dev'essere un modo di scaricare sul privato da parte del pubblico, di rispondere alle insufficienze del welfare e alle difficoltà dello stato sociale.

Giuseppe Guzzetti, presidente Fondazione Cariplo, ricorda le finalità della Fondazione Cariplo che opera in quella parte del sociale che riguarda i servizi alla persona, al disagio, agli anziani e ai disabili.
Lo stato sociale è allo sfascio, in crisi: tutti dismettono le proprie responsabilità, soprattutto Stato, Regioni e Comuni, scaricandole sul sociale.
Dobbiamo ripensare le nostre responsabilità e interrogarci se oggi non si possa parlare di un welfare non più risarcitorio ma comunitario.
Dobbiamo fare una riflessione se la dimensione attraverso la quale risparmiamo, mobilitiamo risorse, debba essere la dimensione comunitaria, e chiederci se le priorità indicate sono quelle che rispondono realmente alle necessità della nostra comunità.
E’ tempo di andare a vedere da vicino cosa succede nelle realtà più difficili e degradate.
Non è sufficiente dare risposte a certi bisogni sociali se non si riesce a creare un momento di condivisione con chi vive intorno alle associazioni: bisogna fare un lavoro per aumentare il consenso del territorio e dei singoli quartieri, in modo che sia la popolazione stessa a chiedere che nascano iniziative come quelle di Casa della carità nel proprio quartiere.
 
La discussione si apre alle domande del pubblico.
Interviene un giovane architetto che sottolinea come la parte giovane e creativa della cittadinanza sia in difficoltà, nonostante mossa da una vivida volontà, nell'aiutare chi è emarginato essendo anch'essa fragile. La città è compressa perchè non riesce a esprimere tutte le potenzialità che di fatto ha.

Alessandra Boletta, ricercatrice di Telethon, rifacendosi all'intervento di Profumo evidenzia che nel nostro Paese investire nella ricerca non è considerato un modo di creare ricchezza, come avviene al contrario ad esempio del Regno Unito.

Mario Valli, economista, ritiene vergognoso che le regole non siano state riscritte perchè quelli che dovevano riscriverle erano gli stessi che avevano creato la situazione di difficoltà. Chiede poi che si torni ad uscire da tutti gli schemi come quello che le imprese senza lavoratori producono più reddito, e creare delle imprese che servano per il territorio e diano lavoro alla gente.

Silverio Guanti, si chiede se la creazione di produzione e la ridistribuzione della ricchezza considereranno l'etica, la necessità di partire dalla persona e dal lavoro dell'individuo.

Giorgio Faravelli, solleva un problema tecnico: l'accelerazione che stiamo vivendo potrà permettere i tempi decisionali che una democrazia pretende? I trasferimenti di enormi capitali per il mondo realizzati in maniera veloce e telematica non imporranno reazioni di Governo molto più immediate?

Bianca Beccalli, fa un'osservazione critica, che spera essere costruttiva, su due assenze: quella delle donne nel tavolo di discussione e nel discorso di questa mattina e quella del lavoro, nominato solo in quanto disagio.

Riccarda Zezza di Banca Prossima, mette l'accento sul concetto di benessere interno lordo.

Ranci, giornalista, concorda sul fatto che non si può avere sviluppo una volta che la crescita è avvenuta in modo sbagliato.

Risponde Lerner dicendo che l'ideologia secondo cui il mercato aveva la sua razionalità è stata sepolta dagli ultimi avvenimenti e anche l'idea che in questo ci potesse essere qualcosa di virtuoso sembra molto discutibile. Vediamo casualità in ciò che si salva e cosa no.

Bragantini illustra come la regolazione delle cause sia tecnicamente complicata e in quanto tale affidate agli esperti, che o hanno avuto impiego nel settore o vi sono molto vicini. La regolazione finanziaria o è mondiale o non esiste, per questo c'è necessità di un accordo totale. Di certo la non redifinizione delle regole fa comodo.

Giacchè: la crisi viene vissuta come impoverimento prospettico.

Bisogna capire che Stato e Mercato non sono due soggetti; il Mercato è un luogo e perciò è insensato contrapporlo allo Stato.
Il Mercato ha sempre bisogno dello Stato e delle regole. Per ripartire è necessario ridefinire i termini e alzare il livello dell'orizzonte del possibile.

Berta interviene sull'eticità della democrazia e del mercato.

I valori e le esigenze vengono modificati con il trascorrere del tempo e delle condizioni di contesto. Le politiche concrete del passato storico non sono recuperabili perchè attualmente inapplicabili.

Salvati risponde a Faravelli illustrando la propria visione pessimista del futuro della democrazia su due versanti: la democrazia cosmopolita che non è all'altezza della situazione attuale, e i problemi come la scarsità delle risorse e l'ambiente, che farà fatica a gestire.

Meomartini concorda sul fatto che i giovani siano poco coinvolti e che la società di oggi sia stagna. Rivela ottimismo in quanto trova che ci sia una percezione diffusa dei problemi del tessuto sociale che nel complesso dà speranza.

Guzzetti ricorda che il sistema delle fondazioni dedica 260 milioni di euro, quasi due interi programmi statali.

Profumo si scusa per le assenze femminili nei relatori di oggi, di cui si assume le colpe, e conclude ritenendo fondamentale il tema dello sviluppo e della crescita, che non possono essere tenute distinte e non esistono indipendentemente uno dall'altra.

Bisogna interrogarsi su come questi due fattori funzionino in maniera interconnessa.
E' poi fondamentale domandarsi anche perchè non ci si interfacci con i giovani e come poterlo fare.
 
Don Virginio Colmegna ricorda che quando il cardinal Martini volle la Casa della carità non fu per operare una carità privata ma rivolta alla città.
Il tessuto emerso è lacerato da microconflittualità che incidono però fortemente anche sul tessuto globale.
I sentimenti che tengono viva una città sono quelli relativi al dialogo, ma per esserci dialogo devono esistere idee.
Quando si parla di sociale il tema della qualità rimane nascosto e ci si concentra soltanto sulla dimensione quantitativa.
Milano deve recuperare la capacità di far emergere che interrogarsi e curarsi è importante.
La prima ricerca non è la costruzione economica ma quella dei processi di sviluppo e coesione sociale.


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