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19/11/2009 | in
La diretta degli incontri
Riccardo Bonacina, direttore e presidente Vita Non Profit, apre il terzo incontro “La città fragile. Milano si cura dei deboli”.
don Massimo Mapelli, responsabile Accoglienza della Casa della carità, racconta la storia di Mario, imprenditore che ha giocato la sua azienda al casinò. Mario, dopo avere perso tutto, diventa alcolista, depresso, giocatore, tossico, e come tale viene rimbalzato da una associazione all’altra, come una pallina del flipper (CTS, SERT etc.). La questione diventa “chi si prende cura di Mario e della sua fragilità?” Bisogna ripartire da “Mario”. Casa della carità rappresenta la “barra sotto” che si prende cura di “Mario”, di chi ha molteplici fragilità e non specifiche patologie.
Alessandra de Bernardis, responsabile Area Cultura Casa della carità, pone due domande: chi è responsabile delle persone fragili? E' possibile promuovere una responsabilità diffusa superando un approccio sanitario che considera le persone “a pezzi”, a patologie?
Silvia Landra, psichiatra Area Salute Casa della carità, si sofferma sul rapporto tra quantità e qualità della cura. Le situazioni di maggiore fragilità sono quelle dove c’è poca cura. La troppa cura a volte soffoca. La qualità è il potere di identificare la cura a partire dal rapporto con la persona. Continua parlando del rapporto tra flessibilità e rigidità: uno dei segni più caratteristici della fragilità è la non consapevolezza di malattia, la non espressione dei bisogni. Purtroppo questa fragilità spesso trova risposte rigide, poco flessibili.
Laura Arduini, psichiatra Area Salute Mentale Casa della carità, si sofferma sul significato del trascorrere del tempo. Il tempo può diventare una tortura, sotto forma di attesa. Esiste anche una tortura dello spazio, e ricorda come la cura dei luoghi debba contrastare l'idea dei luoghi ghetto. E’ importante pensare spazi nuovi in cui condividere bisogni e visi diversi.
Teodoro Maranesi, direttore Dipartimento Salute Mentale Azienda Ospedaliera Busto Arsizio, ricorda come oggi ci sia un forte richiamo a una psichiatria e a una medicina difensiva in nome della sicurezza. Sottolinea la difficoltà e la complessità che vivono quotidianamente gli operatori nel loro lavoro.
Claudio Bossi, presidente de "La Cordata", racconta l’esperienza quotidiana della sua associazione, che si occupa dei luoghi dell’abitare, in cui le persone possano incontrarsi. Tra questi il Villaggio Barona, 5000 mq in cui convivono diverse realtà, relazioni e fragilità: un albergo a 3 stelle dove disabili possono sperimentare autonomie abitative, un pensionato per studenti universitari, un auditorium, un teatro, un pub, un giardino disponibile per mamme e bambini. Sottolinea la necessità di guardare alla fragilità come parte di una persona, non come sua totalità. La fragilità va socializzata, messa in relazione con gli altri per potere essere superata. Conclude sottolineando che ciò che è prezioso deve essere maneggiato con cura. La città è fragile perché fatta da persone umane, che sono fragili per definizione. E’ importante che la città venga trattata con cura.
Valentina Soncini, presidente Azione Cattolica Ambrosiana sottolinea come la necessità di un ritorno a una sinergia che curi la persona sia parallela alla scoperta che siamo tutti in una condizione di fragilità. In ogni relazione umana si viene infatti a contatto con altre fragilità.
Noi siamo creature fragili, che hanno limiti fisici, morali e spirituali. Dio non è giudice ma è venuto a prendersi carico di quello che noi siamo, così come siamo.
La fragilità ci mette alla prova, la prova produce pazienza, la pazienza porta speranza.
Necessità di fare un esercizio spirituale, che porti alla scoperta di un desiderio infinito dentro una dimensione finita che ci fa scalpitare e soffrire, che porti all'accoglienza e al risveglio di vocazioni educative e formative; bisogno che la città riscopra contesti che siano tessuti possibili per associarsi e lanciare legami di rete che permettano alle azioni dei singoli di essere più efficaci.
Davide Rampello, presidente Fondazione Triennale, saluta i presenti e ricorda l'incontro tra sé e Aldo Bonomi da cui nacque il percorso de “La città infinita”, teatralizzazione di un braccio del carcere di San Vittore fino alla presentazione, questa sera, de “La città fragile”. Queste esposizioni aiutano a rappresentare la fragilità della città, che fornisce emozione anche a chi le crea.
Aldo Bonomi, curatore della mostra, ricorda la felice sintesi tra il suo lavoro e il progetto di Milano si-cura. Se non ci fosse stata la Casa della carità non avrebbe potuto proporre alla Triennale la sua mostra, che ragiona sulla fragilità urbana e sul disagio psichico. Sottolinea come la Triennale rappresenti un punto di riflessione sulla questione sociale. Segnala il procedere di una forma di rancore dentro la forma urbana, e ricorda che non è rinchiudendo il vicino che ci si convince del proprio buonsenso, ma aprendosi a lui e ristabilendo le regole di vicinato. Conclude con un auspicio: se la comunità di cura e la comunità operosa (la Milano dell’economia, delle banche e della finanza) si mettono insieme e invitano la società del rancore ad abbassare il rancore, si può sognare una Milano possibile. Eugenio Borgna, docente di Clinica delle malattie nervose e mentali presso Università degli Studi di Milano, segnala come la follia cambi a seconda delle parole che usiamo. La follia è un’esperienza segnata dalla sofferenza, in cui sopravvivono aree più o meno estese di normalità e, contemporaneamente in esperienze di vita normale, coesistono inquietudini. La psichiatria coglie anche - e soprattutto - nella follia, epifania e tenerezza, una ricerca disperata dell’infinito e di comunione, essenziale perchè ogni relazione umana si distacchi dal piano puramente tecnico. Federico Galvan, educatore, Programma 2000 A.O. Ospedale Niguarda Ca' Granda e Tempozero A.O. Valtellina e Valchiavenna, parte dal concetto di fragilità e speranza per raccontare la sua esperienza. Afferma che se si riesce a spostare l’intervento in una fase iniziale, si è in grado di rispondere al disagio in modo sensibilmente più efficace. Parla quindi della sua esperienza a Sondrio, dove lavorano secondo l’approccio di una psichiatria senza camici, che parla ai giovani con un approccio diverso rispetto alla psichiatria tradizionale. Prosegue Angelo Cocchi, direttore scientifico Centro per l'Individuazione e l'Intervento Precoce nelle Psicosi - Programma 2000, A.O. Ospedale Niguarda Ca' Granda, che sottolinea che sono necessarie sia la passione che la conoscenza: più conosciamo meno abbiamo paura e più facilmente ci rapportiamo agli altri. Dobbiamo mantenere viva la curiosità, il desiderio di approfondire senza pregiudizi né limitazioni di sorta. Interviene Giulio Boscagli, assessore alla Famiglia e Solidarietà sociale della Regione Lombardia, ricordando la politica della sussidiarietà, che non può prescindere e non esisterebbe senza le associazioni e le realtà che la compongono. Luciano Eusebi, docente di diritto penale, si interroga su cosa sia la giustizia; nella nostra società difatti è individuata nella reciprocità dei comportamenti.
Il più delle volte però, la colpa è solamente un pretesto: trovare nell'altro qualcosa di negativo è troppo facile.
E' un'illusione che la felicità di una vita stia nell'eliminare continuamente tutte le negatività che si incontrano; così facendo, poi, non si comprende che l'altro, interpretato come limite alla mia esistenza, mi offre in realtà delle occasioni per realizzare realmente me stesso, che io respingo.
L'idea della Costituzione è che la giustizia non sia reciprocità perchè i diritti inviolabili non dipendono da un giudizio dato da me sull'altro ma esclusivamente dalla sua esistenza in vita.
Rispettando la vita dell'altro noi ci riconosciamo reciprocamente come uguali.
Troppo spesso la pena ha fatto da alibi per ciò che non è stato fatto a livello preventivo; ciò che fa prevenzione non è il controllo e l'intimidazione, ma il consenso e l'adesione alle norme per convincimento.
Gian Paolo Barbetta, responsabile Unità Strategica per la filantropia di Fondazione Cariplo, si interroga sul ruolo delle fondazioni nel cambiamento del sistema di welfare; non sono le risorse delle fondazioni a poter risolvere i problemi, ma il loro aiuto nella diffusione della conoscenza e della adesione per convincimento, finanziando esperienze innovative ragionevoli e verificandone l'efficacia, assumendosene anche i rischi.
L'idea di fondo è che si debba andare verso un welfare emancipante e il lavoro è uno degli strumenti che possono contribuire a questo progetto.
La difficoltà è comunicativa, è complicato mettere in rete le competenze, le esperienze, i diversi servizi. Antonio Vita, Assessorato Sanità Regione Lombardia – Comitato tecnico regionale per le innovazioni in salute mentale, sottolinea che il Piano Regionale Salute Mentale, varato nel 2004, pone la nostra regione in posizione di vantaggio rispetto ad altre regioni italiane. Riprende la domanda che ha aperto questo incontro e sottolinea che bisogna sottolineare il principio di responsabilità della cura: chi se ne prende carico? Il Piano Regionale ha introdotto progetti innovativi che hanno consentito di avviare percorsi innovativi, sia per modelli organizzativi che per tipologie di intervento. Conclude dicendo che “curare” è un termine che dovrebbe essere ulteriormente sviluppato perché in esso è incluso il concetto del prendersi cura della persona.
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