Conduce Massimo Calvi che presenta il sesto convegno di Milano si-cura, dedicato al tema dell'occupazione, dell'economia e dell'impresa solidale.
Don Massimo Mapelli racconta come Casa della Carità nella sua esperienza di accoglienza sia diventata impresa e abbia fatto nascere imprese, creando così lavoro.
Il lavoro diventa motore di sviluppo della città e la interroga.
Alessandra De Bernardis esprime alcuni stimoli alla discussione: a quali condizioni possiamo garantire a tutti l'accesso al lavoro? L'inserimento lavorativo delle persone fragili richiede tempo e creatività nel trovare nuove soluzioni.
Aldo Bonomi, direttore Consorzio A.A.STER sottolinea come Milano crescendo si sia divisa in cinque cerchi: nel primo cerchio della città esiste ormai soltanto una borghesia dei flussi, del marketing e della finanza che non risponde alle esigenze dell'impresa solidale.
Nel secondo cerchio troviamo la nuova forma di impresa commerciale, il commercio etnico, che ha compensato il calo recente di quello tradizionale.
Esiste poi un terzo cerchio, la “Milano degli invisibili” che conosciamo tutte le sere, ad esempio coloro che si curano della pulizia dei nostri uffici, e che costruiscono Milano.
Quando questa invisibilità si fa impresa si assiste a una rivolta, come ad esempio il caso di via Paolo Sarpi.
Il quarto cerchio è invece composto dai giovani che fanno parte della Milano che comunica, chiamati spesso “classe creativa”, con un reddito insufficiente. Come ultimo cerchio troviamo i produttori, fuori dal centro della città amministrativa.
Cosa tiene insieme questo microcosmo, questa città del frammento?
Come si affronta la crisi della rappresentanza?
Cosa stimola la coesione? Può farlo l'impresa sociale?
Stefano Boeri, architetto e docente di Urban Design, definisce la città di Milano come “a macchia di leopardo”: una città con molti centri e molti vuoti in termini di appartamenti sfitti e invenduti.
Milano dovrebbe smettere di pensare di crescere in estensione ma piuttosto in termini di densità interna e immaginare un protocollo di relazione che permetta agli spazi vuoti di essere riempiti.
Sarebbe opportuno sfruttare la possibilità di costruire luoghi di imprenditorialità diffusa.
I luoghi non mancano, anzi, molti vanno riempiti; alcuni di essi hanno particolarità dalle potenzialità sorprendenti (ad esempio le numerose cascine di proprietà comunale che sono inutilizzate), anche in vista di Expo 2015.
Manfredi Catella mette in luce Milano come cantiere di intelligenza e di pensiero che sebbene invisibile è già molto più avanti di quanto si possa immaginare. Illustra poi la creazione di un fondo costituito attraverso una piccola donazione da parte di ogni operatore che costruisce case a Milano che verranno poi impiegate da qualcuno che, come Casa della carità, produce solidarietà.
Giorgio Ferraresi sostiene che ci troviamo di fronte a una drammatica situazione di dissoluzione del territorio nel quale esso ha perso densità di esistenza in vita e riconoscimento.
Può una civiltà reggersi delegando i propri principi fondamentali, il “ciclo di produzione” del territorio?
La ridefinizione del valore territoriale è un tema fondamentale.
La questione ambientale, molto sentita ai nostri giorni, è una questione non tanto naturalistica ma piuttosto antropologica.
Cura della persona e cura del territorio sono parallele e inscindibili, per questo un'attività di rigenerazione territoriale è indispensabile.
Il valore delle merci si prende dal territorio, dalla cultura insita: bisogna ripartire da modalità di produzione che riportino a galla i valori territoriali.
Jonny Dotti, presidente Welfare Italia, richiama l'attenzione sul fatto che l'impresa sociale è tuttora marginale in Italia perchè marginale è il tema della fragilità antropologica.
L'impresa sociale è una forma evoluta di impresa in una forma evoluta di società.
La finalità di rendere pubblici i beni primari comuni è andata totalmente in crisi; la soluzione non è che lo Stato gestisca qualsiasi servizio. La gente è disposta a pagare, ad esempio, per la salute e dovrebbe pagare il giusto.
Il tema vero del welfare non si giocherà tanto sull'offerta ma piuttosto sulla capacità di aggregare la domanda.
I sistemi mutualistici andrebbero ripresi su base territoriale: bisogna prendersi cura del territorio.
Renato Zambelli, segretario CISL Milano, ricorda come il sindacato sia partito dai problemi dei disoccupati per costruire impresa; oggi sarebbe efficace fare lo stesso con le persone immigrate.
Sono possibili, nel mercato, alleanze tra l'impresa sociale e quella tradizionale?
Oggi il debole ha bisogno delle quote per essere legittimato nel mondo del lavoro.
Coniugare i valori dell'impresa classica con quelli dell'impresa sociale potrebbe legittimare meglio i cinque anelli descritti da Bonomi nel suo intervento, specialmente gli invisibili e i creativi.
Onorio Rosati, segretario generale Camera del Lavoro Metropolitana di Milano evidenzia come la crisi finanziaria abbia svolto la funzione di moltiplicatrice delle fragilità e dei disagi sociali sul nostro territorio.
I lavoratori flessibili sono stati i primi a pagare le misure di riparo messe in atto preventivamente dalle aziende; la crisi, investendo fasce di popolazione che non hanno rappresentanza indirettamente, investe anche coloro che invece hanno rappresentanza sociale.
Oggi la povertà riguarda giovani lavoratori iscritti ai sindacati, che aderiscono ad associazioni e trovano strumenti per farsi sentire; così la crisi diventa uno stimolo a ragionare sulla realtà della società attuale.
L'impresa sociale contribuisce a dare una risposta ai bisogni, crea impresa e lavoro e crea inoltre tessuto sociale sul quale si può iniziare una ricostruzione della società.
Maria Teresa Scherillo, consigliere fondazione Sodalitas, rievoca le origini della fondazione e le sue attività odierne; punto di forza è l'essere vicina alle imprese, pur non essendone direttamente coinvolta.
L'auspicio è quello di essere sempre più pro-attivi e saper ricostruire un sistema di credenze in cui si agisca con trasparenza, in cui ci si apra a un confronto e a una sinergia che tendano a un futuro di coesione sociale e sostenibile.
Giorgio Vittadini, presidente Fondazione per la Sussidiarietà, sintetizza la sua opinione in merito in pochi concetti chiave: senza l'ideale che vi sta dietro non nasce l'impresa sociale, serve una forza ideale religiosa, liberale.
La povertà è vista come solitudine e per questo si rende necessario lottare contro l'emarginazione, cooperare con l'idea di un dono fatto agi altri.
Rispetto all'idea tradizionale di società stato-mercato serve l'idea di un pluralismo istituzionale che collabori con il privato e diventi un nuovo modello sociale.
Alberto Meomartini, presidente di Assolombarda, mette in luce come la società abbia bisogno, per vivere, di tutto ciò che non ha valore monetario; c'è necessità di ritrovare il valore del tessuto sociale.
La crisi mette gli individualisti davanti al fatto che non si può più pensare che tocchi a qualcun altro intervenire: a questo punto tocca invece a ciascuno di noi.
La lentezza della mobilità sociale è il grande problema della nostra società con il quale ci si deve confrontare individualmente e collettivamente.
In chiusura don Colmegna, sottolinea quanto capitale di valore risieda nella città di Milano, che deve però combattere contro l'indifferenza. Il capitale sociale dovrebbe esprimersi non nella marginalità ma nel confronto: ciò può accadere soltanto se i luoghi delle fragilità diventeranno centrali, superando l'assistenzialismo.
Milano deve poi superare la paura, deve sapere come leggerla e affrontarla.