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20/11/2009 | in
La diretta degli incontri
Paolo Foschini, Corriere della Sera, introduce l’incontro “Da braccia a persone. Milano si-cura degli immigrati”
Don Massimo Mapelli racconta l’esperienza di un ragazzo che arriva in Italia minorenne, viene accolto in una comunità e dopo la formazione viene assunto a tempo indeterminato. Chiede un rinnovo del permesso di soggiorno, il Tribunale dei minori emana il decreto che invia all’assistente sociale. Ma l’assistente sociale se lo dimentica, e il ragazzo non viene mai chiamato per rinnovare il permesso di soggiorno. Succede che si fa male in un incidente, va all’ospedale. Lì è clandestino. Qui il paradosso: è irregolare ma lavora e versa i contributi. E' un contribuente clandestino. Da braccia, da contribuente, a persona. Ritorna la frase di cardinal Martini: chi è orfano nella casa dei diritti, difficilmente sarà figlio nella casa dei doveri.
Alessandra De Bernardis ricorda che nella nostra società gli immigrati sembrano essere accettati individualmente, ma fanno paura quando diventano una collettività visibile. Ci domandiamo: come riconciliare la mente e il cuore, l’interesse e i sentimenti, individuale e collettivo? Come costruire integrazione sociale in una società sempre più variegata e plurale?
Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni all’Università degli Studi di Milano, inizia con una battuta di Woody Allen: “A volte mi capita di avere delle idee che non condivido”. Milano fa così: accoglie gli immigrati ma a volte vorrebbe che non ci fossero. L’Italia accoglie gli immigrati, ma non vuole definirsi “società multietnica”. A Milano questa contraddizione è molto evidente: la provincia di Milano ospita oltre 300mila occupati e da sola pesa il 10,1% del totale nazionale; il suo mercato del lavoro è decisamente internazionalizzato. Anche nel lavoro autonomo Milano è la prima provincia d’Italia, con il 10,3% delle ditte con personale straniero. Le imprese sono all’avanguardia nell’evoluzione verso una società multietnica, e a loro modo anche le famiglie, come datrici di lavoro, sono agenti di apertura sociale. Ma senza un consenso sociale e politico più ampio, l’innovazione rischia di essere soffocata. L’immigrazione irregolare è un fenomeno ben più ampio degli sbarchi: l’immigrato irregolare in genere entra regolarmente con un visto turistico, poi diventa irregolare allo scadere e in genere trova un lavoro. In Lombardia, 2 immigrati su 3 oggi regolari, sono stati per un periodo irregolari. Ambrosini si interroga sul perché è difficile reprimere l’immigrazione irregolare: - in primo luogo perché serve alle famiglie (l’immigrato irregolare costa meno dell’immigrato regolare) - le convenzioni internazionali ci vincolano ai diritti umani, anche dei migranti irregolari - perché comprometterebbero altri interessi, ad esempio il turismo. Conclude parlando dello sgombero in via Rubattino: la motivazione è stata che Milano non vuole i Rom. Ma è giusto fare sempre ciò che la maggioranza delle persone vogliono?
Paolo Foschini pone una domanda: è interesse della sicurezza che della sicurezza faccia parte un capitolo che si chiama accoglienza?
Renato Saccone, prefetto di Monza e Brianza, segnala che il problema non è l'accoglienza; in Italia attualmente ci sono 3.900.000 stranieri e alla popolazione regolare corrisponde circa il 6% di detenuti, dei quali la metà circa sono irregolari. Il principale fattore di sicurezza è la questione sociale, la società va compattata e allargata. Bisogna curare questa gran parte di popolazione residente e regolare, che lavora e ha sempre lavorato, e che ha costruito rapporti nel nostro Paese; va accettata come componente a pieno titolo della società. La piena parificazione non è una ragione solo di diritto. La realtà è già più avanti, un milione di queste persone ha mutui, fa impresa.
Marcella Lucidi, responsabile Gruppo Immigrazione Fondazione Italianieuropei, ritiene che gli immigrati italiani oggi siano visibili in quasi tutte le fotografie del Paese reale. Inizialmente arrivavano cittadini stranieri di sesso maschile, venuti soltanto per lavorare; già negli anni '90 però iniziarono le richieste di ricongiungimento, i matrimoni e le nascite, segno di una tendenza a rimanere. Negli anni si è poi assistito a un sorpasso femminile. La realtà degli immigrati è un dato strutturale della nostra società: si è assistito al passaggio da un'immigrazione di transito a una d'insediamento. Il patto giuslavorista è entrato in crisi e con lui la nostra legislazione. La presenza dell'immigrazione è stata vista a lungo come risorsa lavorativa ma anche come minaccia, due categorie che apparentemente si contrappongono ma che in realtà mostrano come gli immigrati siano percepiti come esterni alla società. Le regolarizzazioni sono frutto di un doppio livello nella politica sull'immigrazione, di un'alternanza tra pragmatismo e ideologia. Bisogna pensare una programmazione dei flussi migratori che sia inclusiva, che persegua l'integrazione. Serve un nuovo abito giuridico che vada al di là della situazione attuale. L'idea di cittadinanza oggi può legarsi essenzialmente a tre fattori: al dato formale, al dato sociale e a quello volontaristico. La cittadinanza non sarà più una cesura ma uno snodo.
Bianca Beccalli, docente di Sociologia dei processi economici e del lavoro, sottolinea come le donne abbiano oggi un ruolo chiave nei processi migratori e come le nuove famiglie ne siano utenti molto importanti. Le donne straniere assumono un ruolo di cura laddove le famiglie italiane non hanno la possibilità di svolgerlo, come nella cura degli anziani o dei bambini, nell'esercizio del welfare, lavori diventati ormai “etnicizzati”. Le donne vengono però pagate meno dei loro corrispondenti emigranti uomini.
Milena Santerini, docente di Pedagogia Generale, si concentra sul problema dei figli degli immigrati, del doppio registro con il quale in questi casi vengono affrontati i diritti dell'infanzia. Vengono messi in discussione il diritto di famiglia e il diritto alla scuola, che invece dovrebbero essere unici e indivisibili, basati sul principio di non discriminazione. Come andare a difendere l'edificio intero dei diritti cercando di uniformare i diritti dei bambini di cittadinanza non italiana a quelli degli altri? L'emergenza stranieri a scuola è stata drammatizzata, le differenze culturali sono state rappresentate come un'emergenza speciale.
Ormai il 50-60% dei bambini stranieri sono nati qui: possono ancora essere considerati stranieri? Le classi omogenee non esistono e non sono mai esistite.
Giovanni Bianchi, presidente Centro Studi Problemi Internazionali (CESPI), ritiene che il discorso sull'immigrazione ci sta sempre più facendo interrogare su chi siamo noi come società italiana.
La società vive l'immigrazione come un incubo, l'immigrato rimane però una risorsa preziosa.
Gli immigrati vengono in Italia non solo per lavorare ma per sopravvivere.
“Aiutiamoli a casa loro” sarebbe uno slogan giusto ma il problema è che non lo fa nessuno, basti pensare a come viene affrontata la questione delle remissione del debito estero.
Don Virginio Colmegna sottolinea il grande bisogno di dibattito culturale fuori dagli schemi che non alimenti la comunità rancorosa e la necessità di porre continuamente interrogativi alla politica.
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