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3/11/2009 | in
Economia e Povertà
La storia delle nostre esperienze di solidarietà è sempre partita dalla marginalità, che per noi non è mai stato solo un fenomeno sociale, ma un territorio ampio, popolato di persone, con i loro volti e le loro storie. Questo richiamo forte alla marginalità ogni volta che iniziamo un percorso significativo di intervento nel sociale è legato a quella che noi chiamiamo la capacità di condividere, ovvero del “dividere con”, dello spezzare il pane della solidarietà con chi vive nella sofferenza e nel disagio, per sentirsi al loro fianco rompendo la mera visione assistenzialistica o di aiuti calati dall’alto.
Condividere la marginalità, cioè stare insieme agli ultimi e agli esclusi, per noi ha sempre significato stare al loro fianco e partecipare alle aspirazioni, alle lotte, alle fragilità e alle vulnerabilità di queste persone. Con un obiettivo anche laico: sollecitare tutta la società cosiddetta “normale” a guardare la marginalità come qualcosa che è contenuta al proprio interno. L’emarginazione non è una realtà che sta fuori, ma è parte integrante della società e ne deve stimolare il cambiamento. Questo rapporto di condivisione riguarda il discorso sulla giustizia sociale, che non è semplicemente la distribuzione delle risorse, ma implica invece il rispetto dei diritti e della dignità di tutti. La condivisione di una marginalità sottratta al pietismo e al buonismo si innesta in dimensioni politiche e culturali, che fanno avvertire l’urgenza di entrare nel dibattito pubblico per diventare una sollecitazione per le istituzioni.
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